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Avellino/Samoa per scoprire le Fa’afafine. Il diario di Carolina #4
* * Di Carolina Vesce

Si, lo so, questo dovrebbe essere un diario di viaggio, uno spazio in cui "l'antropologa" racconta delle bellezze dell' "isola del tesoro" e dei sorrisi della sua gente. Oggi non ci riesco.
Certo, l'etnografo sul campo dovrebbe concentrarsi solo sulla cultura che si trova ad esperire, raccogliere dati, fare interviste, calarsi completamente nel contesto in cui vive. L'etnografo, però, non può far finta che nel mondo non accada quel che accade. Non siamo macchine da ricerca sul campo. Le immagini dei bambini palestinesi ammazzati dai coloni israeliani arrivano qui con un impatto mediatico meno votato alla spettacolarizzazione della vittima. La retorica che vuole il popolo palestinese composto di soli terroristi e jihadisti è riproposta nella pagine di politica internazionale come un leitmotiv che unisce interi continenti. Del resto le agenzie di informazione son quelle, difficile riuscire a selezionare la notizia!
Sfogliando le pagine del principale quotidiano nazionale le informazioni sul conflitto israelo-palestinese seguono immediatamente quelle in cui si aggiornano i lettori dei conflitti che scuotono le popolazioni del Pacifico, le violenze che si abbattono sulle popolazioni indigene, come accade in Papua New Guinea, coinvolgendo soprattutto donne e bambini. Gaza è lontana, lontano il pensiero di un popolo sotto occupazione da sessanta'anni, di una guerra che guerra non è. Del resto anche i nostri giornali tacciono puntualmente le violenze subite dalle popolazioni del sud del mondo. Anche la guerra, ahimè, vive e coinvolge a partire dai concetti di prossimità e alterità. Prossimità che si struttura ancora, incredibilmente, a partire da obsoleti confini nazionali, o peggio ancora culturali.
Ecco, "l'antropologa" oggi non riesce a ridere delle proprie gaffe, non trova interesse nel raccontarvi della bellezza delle spiagge di Lalomanu o della capacità dei piccoli imprenditori locali di riprendersi dopo le devastazioni causate dallo Tsunami del 2009. Non mi entusiasma dirvi del fermento che anima questa piccola isola in vista della conferenza per lo sviluppo delle piccole isole in programma il mese prossimo. Non riesco e non penso che sarebbe giusto. Sul campo o a casa, il pensiero di quel che accade a Gaza è troppo ingombrante. Troppo più importante. L'etnografo non dovrebbe scordarsi anche questo, spogliandosi della sua cultura. Io, almeno, non ci riesco. Con Gaza nel cuore.

dottoranda in antropologia e studi storico-linguistici, Università di Messina
(domenica 20 luglio 2014 alle 09:00)
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