Avellino/Samoa per scoprire le Fa’afafine. Il diario di Carolina #3
* * Di Carolina Vesce*

Addormentarsi la sera col rumore delle onde che si infrangono sulla barriera corallina, svegliarsi la mattina coi galletti e le galline che scorazzano nel giardino, fare le passeggiate al tramonto e godersi il rosa, il giallo, il viola, il blu. I cieli del Pacifico sono quanto di più difficile da descrivere. Se pure uno ha avuto una giornata un po' difficile basta aspettare le 18 e tutto passa. Domenica pomeriggio, la città deserta, tutti a riposo dopo il pasto pomeridiano che segue la messa. Cammino per il centro e incontro un bambino. Si chiama Jack, mi dice, e in mano stringe dei pacchetti di cotton fioc e qualche pezzolina, oggetti che tanti piccoli venditori ambulanti propongono a turisti e locali ad ogni angolo di strada. Jack mi saluta, "hallo" mi dice e mi propone la sua merce. "Mal'o" rispondo e lui sorride. Facciamo insieme qualche passo, poi io siedo su una panchina per fumare una sigaretta. Jack si siede accanto a me. Mi chiede dove vivo, gli rispondo "Moata'a". I suoi piedi penzolanti si alternano in un dondolio ininterrotto. A un certo punto si alza e cerca di spezzare un fiore dalla pianta di Teuilla. E' il fiore simbolo delle Samoa, quello che dà il nome al festival culturale che ogni anno si svolge all'inizio di settembre. Non ci riesce e dopo un po' rinuncia. Resta seduto a gambe incrociate di fronte a me. Ogni tanto gli sorrido, lui ricambia.
A un certo punto si alza come in preda ad un'intuizione geniale. Si avvicina alla palma più prossima e si appende alle sue foglie. Con uno sforzo non indifferente riesce a strapparne tre. Torna a sedere sul prato e tutto soddisfatto comincia ad intrecciare le sue foglie. "Sheet" dice a un certo punto e io gli sbarro gli occhi come a intendere "Non si dice". "Leaga gagana", "che brutto linguaggio" gli dico e lui si fa una bella risata. Butta via le sue foglie e torna all'albero. L'operazione si ripete. Stessa storia. Ricomincia daccapo. "Jack, alu le fale", vado a casa... "Wait, wait" e si rimette a lavoro.
Guardo i suoi piedini scalzi, avrà non più di cinque anni. Fossi stata in un altro paese mi sarei domandata se Jack aveva mangiato, ma qui no, qui la povertà è diversa da come siamo abituati a pensarla. A fine giornata tutti avranno di certo consumato almeno un pasto. Ripensare le categorie occidentali di ricchezza e povertà non è facile. Certo, il divario tra ricchi e poveri esiste, la paga giornaliera di un operaio è di 2 tala e una pagnotta di pane ne costa 1,50. Si lavora la terra, si coltiva il taro, le banane, si pesca e magari la domenica si mangia anche il maiale, mal che vada il pollo. Si lavora più per pagare le rette scolastiche di prestigiosi istituti privati che per mettere il piatto in tavola. Che sia chiaro, tutti vorrebbero la lavatrice, la cucina a gas, l'acqua calda, ma alla fin fine il sapore del cibo cotto sull'umu lo preferiscono, lo preferisco anche io. Alla fine Jack ci riesce, chiude la treccia di foglie di palma e ne fa una coroncina. "Ia, present" mi dice porgendomela. "Fa'afetai" gli rispondo e quasi sto per mettere la mano in tasca per dargli due Tala. Jack si alza e saltella, gli sorrido e capisco che a lui basta così. Ci sono cose che non si possono comprare, doni che non è facile ricambiare, almeno all'istante. Mi metto in testa la mia coroncina e mi avvio verso casa. Dopo un po' risbuca correndo, mi passa vicino, sorride e saluta con la manina. Sono le sei. Il sole tramonta. Torno a casa felice. Jack oggi mi ha insegnato qualcosa di veramente importante.

* dottoranda in antropologia e studi storico-linguistici, Università di Messina
(venerdì 20 giugno 2014 alle 09:18)
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