Avellino/Samoa per scoprire le Fa'afafine. Il diario di Carolina #2
* *di Carolina Vesce

(#2 - diario da Samoa) - Della differenza, quella dell'antropologo.
"Gli antropologi studiano la diversità culturale" leggevo su un articolo on line deputato a pubblicizzare una conferenza divulgativa. Credo sia vero, in parte, ma non sufficiente. Ragionavo -invece- sul fatto che gli antropologi performano la "diversità culturale", la mettono in scena, quando sono "sul campo". Anche questo è vero solo in parte, visto che da tempo, ormai, gli antropologi hanno scelto campi "domestici", rispetto ai quali sono attori competenti.
È un po' vero, tuttavia, certamente nel mio caso, in quanto unica palagi (bianca) temporaneamente residente nel piccolo villaggio a ridosso della capitale in cui vivo da quasi due mesi con altre tre ragazze. E nonostante io mi sforzi di agire il fa'a Samoa (the samoan way o la cultura, che dir si voglia) mi ritrovo puntualmente a praticare la differenza, divenendo oggetto di grosse e grasse risate. È giusto che sia così, fa parte del mestiere e infondo, forse, aiuta.
Il fa'a Samoa non è robetta da poco: titoli, pratiche, codici simbolici e complessi metaforici sono stati per decenni oggetto dell'interesse di studiosi ben più competenti di me. Una sconfinata letteratura ne rende conto e riempie le giornate di chi voglia "acculturarsi".
Certo, non basta. Leggere un libro non equivale ad esperire un contesto e per "calarsi" in una cultura è necessario "essere sul campo" e, perché no, divenire oggetto di quelle grosse e grasse risate.
Qualche settimana fa sono stata a fare il bagno in una piccola caletta vicino casa. Era domenica e la domenica, qui, è un giorno sacro per davvero. Dovete sapere che, in Samoa, a dispetto delle alte temperature e del sole battente, il bagno si fa vestiti. Le donne indossano un pezzo di stoffa che si chiama "lava lava" e si immergono nel mare cristallino lasciando scoperte solo le spalle e i polpacci. Dunque, arrivata a Taumeasina, anche io ho goffamente indossato il mio lava lava, nel tentativo di non scoprire parti del corpo non esibibili e salutando in samoano il gruppo di bimbi che sguazzava allegramente a ridosso della riva. Potete immaginare le reazioni, il ridacchiare entusiasta dei piccoli di fronte alla palagi che "ci prova"!
Innumerevoli altri esempi calzano a pennello. Piccoli errori linguistici, assunzione di pose non conformi, tentativi di rendersi utile nei piccoli lavori quotidiani.
Il mese scorso, per esempio, abbiamo tagliato l'erba nel pezzetto di terra dietro casa. In casa siamo tutte donne e, dunque, anche quelli che sarebbero "compiti maschili" vengono espletati dalle mie amiche con orgoglio e determinazione. In Samoa non esiste una rigida divisione del lavoro domestico: le donne possono fare il lavoro degli uomini e gli uomini quello delle donne. Insomma, impugnati rastrello e machete, mentre io me ne stavo col mio libro tra le mani, le mie amiche armeggiavano là dove poi avrebbero piantato il taro. Siccome proprio non mi piace starmene con le mani in mano mentre qualcun altro si affanna a lavorare anche per me, a un certo punto le ho raggiunte e, impugnato il rastrello, ho cercato di aiutarle nell'operazione di pulizia. L'unica volta che mi era capitato di vedere un machete in vita mia era stato in Messico, in occasione del "primer encuentro de las mujeres zapatistas con las mujeres de mundo", nel 2007, quando le donne di Atenco, per applaudire gli interventi, facevano risuonare le lame di questo attrezzo simbolo della loro lotta. Si trattava, in quel caso, di un simbolo, di un oggetto decontestualizzato e risignificato. Armata di rastrello e di una buona dose di coraggio tentavo quindi di imitare le ragazze tirando giù la folta erbaccia in modo che potessero agilmente eradicarla. Ad ogni colpo di machete, tuttavia, istintivamente sbandavo e giustamente le mie amiche trovavano estremamente divertenti i miei piccoli saltelli all'indietro. Dieci minuti dopo giocavamo a pallone con un bidoncino di plastica recuperato tra le erbacce, calciando a turno la palla improvvisata nel tentativo di colpire uno dei rami del platano a ridosso del futuro campicello di taro. Ovviamente altrettanta ilarità suscitarono i miei goffi tentativi e i voli a picco dei miei sandali ben più riusciti rispetto a quelli del bidoncino. Dirò solo, a mia discolpa, che una delle mie amiche e coinquiline è la capitana della squadra di calcio femminile di un villaggio qui vicino. Insomma, non c'era possibilità alcuna di fare una figura dignitosa!
Ecco, a conclusione di questo breve racconto posso solo dire che agire la diversità in prima persona è più bello che studiarla. Spero di riuscire a ricordarmene quando mi toccherà scrivere.

dottoranda in antropologia e studi storico-linguistici, Università di Messina.
(sabato 17 maggio 2014 alle 21:26)
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