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Avellino/Samoa per scoprire le Fa'afafine. Il diario di Carolina #1
* * di Carolina Vesce*

(#1 – diario da Samoa) - Atterrando su un brandello di terra nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico gli occhi ti si sbarrano di loro. Vedi tutto quel blu e quel verde. Noi manco le conosciamo le parole per dire tutte le sfumature del blu. Il verde sì. Il verde a perdita d'occhio che certi squarci d'Irpinia ti hanno insegnato a guardare, quello è più familiare. Guardi il mondo da un oblò elicoidale e le ragioni dell'essere, finally, qui si moltiplicano in modo inenarrabile. E allora pensi che "si, questa è una cosa da condividere".
Quando gli amici de "Il Ciriaco" mi hanno chiesto di scrivere un piccolo diario di viaggio, tutta la mia spocchia accademico-occidentale si è palesata in una sola risposta: "Ma, sai, la mia ricerca dovrebbe essere originale!". Una specie di etnocentrismo accademico che mi ha procurato un brivido un secondo dopo aver pronunciato quella frase. Forse un antropologo non pubblicherebbe mai pezzetti del suo diario di campo (fosse anche le parti più scollegate dal processo della ricerca) su un giornale di provincia e, certo, ci sono anche aspetti etici che vanno considerati, ma avendo chiaro in testa il concetto, questo può essere uno spazio interessante e -perché no- divertente. E poi c'è un aspetto, fondamentale, che mi ha convinta a scrivere, a superare ogni reticenza di fronte all'idea (evidentemente un po' edonista) di agire in questo spazio su “Il Ciriaco”. È strettamente collegata, credo, alla pratica etnografica e all'essere sul campo, al tenere un diario di campo, andare, tornare, vedere, osservare, registrare. Il fatto è che fino a ieri il mio "campo" era casa. Era li, proprio dietro casa, e nessuno "stranimento", nessuno "spaesamento" mi era capitato di esperire. Fin ora le mie ricerche si sono concentrate su quelle particolari soggettività sociali che a Napoli e in altre province campane sono dette "femminelle" o, più spesso, femminielli. Il motivo del mio essere qui è comprendere come, a migliaia di chilometri di distanza, maschi biologici che si sentono, si comportano e sono riconosciuti come donne, possano agire la propria identità di genere senza conformarsi ai modelli occidentali di omosessualità e transessualità, incarnando un genere che loro stesse definiscono "tradizionale".
Tuttavia non sarà di questo che parlerò in queste pagine. Scriverò righe in cui racconterò le cose più quotidiane, le mie gaffe, cosa cuciniamo, i posti che vedo e le parole che imparo. Così, credo ,sia eticamente corretto fare. Lo faccio per me, innanzitutto per me, e poi per “Il Ciriaco”, che è un progetto in cui credo. Non prometto continuità, ma ci metterò passione e, chissà, magari ci divertiamo. Arrivederci, allora. O come si dice qui in Samoa "Tofa"!
*dottoranda in antropologia e studi storico-linguistici, Università di Messina.
(lunedì 14 aprile 2014 alle 12:43)
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