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A 30 anni dalla morte, il pensiero di Pippo Fava è più vivo che mai
* *5 Gennaio 1984 – 5 Gennaio 2014. Sono tanti trent’anni è vero, ma non abbastanza da dimenticare una figura come quella di Giuseppe Fava. Pippo, per gli amati amici e collaboratori, ma anche per i nemici. E Pippo Fava di nemici ne aveva tanti, i peggiori: i mafiosi. Quelli che…stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo... Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante. È un problema di vertici e di gestione della nazione, è un problema che rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale definitivo l'Italia, per dirla con le sue parole.
Quelle parole che dopo trent’anni suonano come una profezia. Quelle parole pronunciate nell’ultima intervista, quella rilasciata ad Enzo Biagi il 28 dicembre del 1983 per Film Dossier. Otto giorni dopo «i padroni di Catania» lo uccisero alle 21.30 in via dello Stadio nei pressi del Teatro Verga, lo stesso dove alcune settimane prima aveva messo in scena un durissimo spettacolo d’accusa contro il sistema mafioso catanese. Lo uccisero, i mafiosi, con cinque colpi di pistola alla nuca mentre era ancora a bordo della sua Renault 5. Provarono a ucciderlo nuovamente, giornalisti e politici, nei giorni successivi, additando il suo come un omicidio ‘passionale’. Provarono insomma a mettere in scena lo stesso triste meccanismo utilizzato poi per Mauro Rostagno, Giancarlo Siani, prima ancora per Peppino Impastato. Tutti giornalisti a cui le mafie dovevano chiudere la bocca per poter andare avanti. Ci provarono, ma non ci riuscirono. Il sistema catanese supino ai “cavalieri del lavoro” non aveva fatto i conti con la lezione lasciata da Pippo Fava che aveva allevato una vera e propria squadra di partigiani dell’antimafia: i redattori de I Siciliani. «Quando il Direttore morì e la Città fu chiamata, come in tempo di Resistenza, a scegliere fra occupanti e patrioti, si vide quanta civiltà e quanto coraggio vi fossero in questi giovani "comuni". Noialtri redattori - ragazzi spaventati, in realtà, con una bandiera molto più grande di noi - decidemmo, più per affetto che per coscienza, di continuare. E il giorno dopo ci presentammo in redazione, per riaprire la sede. Ma fuori dai Siciliani, timidi ma risoluti, c'era un piccolo capannello di ragazzi. "Chi siete?". "Siamo la Fgci di Battiati. Siamo qui per distribuire il giornale". Noi non sapevamo ancora se avremmo avuto il coraggio di farlo, il giornale. Ma loro avevano già quello di distribuirlo» ricordava qualche anno fa Riccardo Orioles, uno dei più stretti collaboratori di Fava, suo amico.
Fava era un intellettuale a tutto tondo, capace di osservare e denunciare quella zona grigia della società in cui politica, imprenditoria e mafia operavano ai danni di Catania e dei catanesi. Quella mafia che in Sicilia dai tempi della strage di Portella delle Ginestre agisce impunemente grazie a collusioni e silenzi. Quella mafia che non poté tollerare il Pasolini della Sicilia: Fava nelle sue denunce non dimenticava mai l’analisi sociale propria del giornalista militante. In tutte le sue opere da La passione di Michele, a La violenza, a Cronaca di un uomo, il direttore de I Siciliani guardava, osservava e poi raccontava storie vere, le storie dei poveri cristi vittime di un sistema mafioso che sulle loro spalle accumulava ricchezze, potere, forza. Con quel linguaggio semplice proprio dell’intellettuale da strada e non da salotto, Fava arrivava a chiunque. E tutte le sue opere quelle giornalistiche, quelle teatrali, quelle drammaturgiche, gli scritti di sport e cinema, i saggi, le sceneggiature, erano sfide continue al corrotto sistema di potere. Fava descrive, facendo nomi e cognomi, l’ingegneria mafiosa, quel salto di qualità della malavita che lascia la lupara per il colletto bianco. E lo faceva 30 anni fa.
Rossella Fierro
(domenica 5 gennaio 2014 alle 08:49)
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