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«L'Irisbus non deve pagare per il debito pubblico contratto altrove»
* *«Impegni inderogabili assunti in data antecedente alla convocazione dell'assemblea di oggi mi impediscono di essere presente a questa iniziativa la cui utilità condivido nella forma e nella sostanza. Me ne scuso con i lavoratori della Iribus, con i rappresentanti del sindacato e delle istituzioni, con i colleghi parlamentari» è la lettera che il deputato di Scelta Civica Angelo Antonio D’Agostino ha indirizzato agli operai della Irisbus in assemblea questa mattina al centro sociale Samantha della Porta.
«Non con il senno del poi, ma in un contesto temporale ben preciso e documentato dalle cronache, ho avanzato qualche rilievo critico su come l'operazione Irisbus andava evolvendo. L'aspetto che mi lasciò molto perplesso, nel corso della riunione al Mise del 28 maggio, fu che a fronte dell'ambizioso piano Industriale prospettato dalle parti in causa mancasse il corredo di un Piano Finanziario in grado di sostenere obiettivi strategici decisamente importanti. I pochi numeri dell'operazione che ci furono forniti non sembravano tali, insomma, da costituire una cornice economico-finanziaria adeguata alla complessità dell'operazione».
«Credo che sia questa l'origine vera della condizione attuale della vicenda. Il problema è che ancora oggi, al di là di indiscrezioni mai sostenute da fonti autorizzate, il quadro resta confuso. Sicché noi stessi siamo costretti a ragionare sulla base di riferimenti incerti, se non proprio ignoti, e dunque per approssimazione».
«Personalmente ritengo molto improbabile che la mano pubblica, come auspicato da una parte autorevole del sindacato soprattutto dell'area del Nord, possa partecipare all'operazione con una quota diversa, addirittura maggioritaria, rispetto a quella originariamente ipotizzata» – continua D’Agostino.
«In una fase in cui gli orientamenti strategici del Governo, dettati anche dalla crisi, propendono con forza per le dismissioni, nutrirei qualche serio dubbio sulla eventualità di eccezioni pur sostenute da motivazioni nobili.
«Credo, insomma, che la soluzione "privata" sia la sola realisticamente percorribile, peraltro secondo l'impostazione del viceministro De Vincenti, al quale va dato atto di un impegno serio e costante».
«Allo stato dell'arte, allora, l'urgenza e di pretendere chiarezza da tutte le parti interessate, avendo ben chiaro che i privati non fanno impresa per beneficenza ma anche - per la storia dello stabilimento di Valle Ufita - che in questo caso i privati cedenti hanno avuto non poco da parte dello Stato e del sistema istituzionale locale, e che dunque devono rinunciare ad ogni profilo speculativo per favorire lo sbocco dell'operazione».
«È mia opinione, in definitiva, che dobbiamo fare fronte comune - lavoratori, sindacato, istituzioni locali e politica - per chiedere ed ottenere la conoscenza del quadro certo di ciò che è e di ciò che invece appare, per una soluzione che miri sostanzialmente a due obiettivi: il mantenimento degli attuali livelli occupazionali, il rilancio possibile dello stabilimento di Valle Ufita».
«Il rischio maggiore che oggi corriamo è che la rincorsa dell'obiettivo massimo desiderabile ci faccia mancare l'obiettivo minimo dignitoso possibile. Segnali in questo senso non mancano, e sono segnali che vengono purtroppo dal Nord. Noi non vogliamo né soltanto pensiamo di dividere i lavoratori di Valle Ufita e di Bologna, tanto meno di alimentare conflitti tra due realtà del nostro stesso Paese. Ma nemmeno si può immaginare che lo stabilimento irpino ed i suoi lavoratori paghino il prezzo delle passività pubbliche accumulate altrove. C'è una priorità nelle priorità e si chiama Valle Ufita: da ciò, credo, non possiamo derogare» - conclude D’Agostino
(martedì 26 agosto 2014 alle 18:13)
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