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Oltre luppolo e farina: di quali politiche culturali c’è bisogno?
* * Di Mario De Prospo*

Una festa della birra e della pizza merita risorse economiche della collettività? Si tratta di cultura? Domande che molti cittadini probabilmente si saranno posti alla lettura della notizia di un finanziamento stanziato attraverso una delibera della giunta del comune di Avellino, interrogativi, aggiungo, giustificati anche dalle ristrettezze economiche che vive l’ente di Piazza del Popolo, ancor di più, quelle del settore Cultura.
Un pubblico più informato sulle dinamiche politiche cittadine e in particolare sulla maggioranza che sostiene l’amministrazione Foti, si sarà fatto anche altre domande, ad esempio se per caso questa decisione non sia anche un modo per tenere tranquille alcune componenti della maggioranza. Come coordinatore di un’associazione di promozione culturale, il Presidio del libro di Avellino, che ormai da diversi anni si confronta con le istituzioni e in particolare con il comune e il suo settore cultura, mi sono posto anche io degli interrogativi. Riflettendo sul caso ho provato ad allargare lo sguardo, cercando di trarre qualche considerazione utile, ma in termini generali, al di là della singola vicenda. Provo a spiegarmi meglio. La domanda che ho cercato di pormi è questa: a cosa serve il settore cultura di un ente come un comune, per sua natura il più vicino alla cittadinanza? Gli eventi avellinesi mi spingono a fare un parallelo forse un po’ ardito: mi riferisco a Roma, quindi attenzione, maneggiamo con cura la cosa perché mi sto riferendo ad una città enormemente più grande, complessa e sotto i riflettori. Mi vengono in mente due contributi apparsi sul blog culturale ‘Minima et moralia’ . Il primo è del critico teatrale Graziano Graziani, che verso fine giugno ha provato a fare qualche riflessione a latere delle polemiche sull’esito del bando indetto dal comune capitolino per ‘L’estate romana’. La necessità che ha provato a far emergere Graziani sarebbe quella di “immaginare percorsi artistici e culturali che valga la pena di alimentare e sostenere”, soprattutto per sfuggire ad un dibattito in cui la cultura “torna ad essere una disputa identitaria giocata cioè sull’opposizione noi-loro, alto-basso e via dicendo, in una lotta all’accaparramento di fette di mercato, di finanziamento e di consenso”. Pur comprendendo la bontà dell’iniziativa del bando, al netto delle difficoltà economiche e le esigenze di dimostrare democraticità e trasparenza dell’amministrazione romana, Graziani prova a dare degli spunti su cui sarebbe possibile ripartire: quello di inserire il bando in un discorso di programmazione pluriennale, provare a superare la logica del singolo evento cercando invece di individuare progettualità che si propongono di avere un’azione di lungo termine sulla città e, infine, differenziare i bandi, tenendo conto che “Intrattenimento colto, intrattenimento a vocazione commerciale e sperimentazione artistica sono tre ambiti molto diversi, con logiche diverse e diverso rilievo sociale”.
Qualche settimana dopo (inizio luglio), sullo steso sito interveniva lo scrittore Christian Raimo, che a proposito della scelta del nuovo assessore alla cultura di Roma provava a dichiarare “Che cosa vogliamo da un assessore alla cultura a Roma”. Il passaggio chiave dell’articolato intervento di Raimo è questo in cui sostiene che: “all’assessorato di Roma non serve una figura di eccellenza, ma un amministratore dotato di competenza e umiltà da una parte e originalità dall’altra. Qualcuno che in questi anni (…)abbia lavorato con costanza anche nell’ombra, scontrandosi con le rendite di posizione, interpretando e provando a contrastare la crisi di sistema che il mondo della cultura attraversa, provando a inventare modelli e iniziative e non solo a fare il burocrate”.
Ad Avellino un assessore c’è, ed anche a Roma, frattanto, hanno risolto. Il problema è però avere le idee chiare, a Roma come ad Avellino. Le riflessioni di Graziani e Raimo servono a chiarire meglio quello che potrebbe essere il ruolo di un settore e dell’impiego delle sue risorse, anche in una realtà più piccola e periferica come la nostra. C’è sicuramente, in questo ambito, la necessità da parte degli amministratori di confrontarsi con esigenze, istanze e realtà molto diverse, trovando mediazioni e sintesi non semplici. Resta, a mio avviso, l’esigenza di favorire esperienze che si propongono di essere durature e offrano quante più estese possibilità di crescita per la comunità, il tutto inserito in un discorso di programmazione, primo vistoso antidoto per non incorrere in episodi simili e nelle discussioni e critiche che poi seguono. Va tenuto sicuramente in conto che negli ultimi anni si è consolidato un tessuto di associazionismo che ha dato ripetute prove di capacità di auto-organizzazione e originalità delle proposte, con un supporto dell’amministrazione soprattutto sugli aspetti logistico-organizzativi e ottime capacità di auto-sostenibilità finanziaria delle iniziative. Una simile situazione può essere un vantaggio per la stessa amministrazione e, nello specifico, il settore cultura. Le stelle polari che dovrebbero guidare chi ha la responsabilità di guidare il Comune dovrebbero essere un piano di maggiore trasparenza e con la sfida della programmazione, con un supporto defilato ad iniziative che danno prova di riuscirsi a sostenere con le proprie forze, nel frattempo, puntare su poche ma strategiche iniziative con un forte potenziale di richiamo esterno. Indubbiamente la scelta di scommettere sulla rassegna Laceno d’Oro e sul festival di musica elettronica Flussi vanno in questo senso, così come in parte la pratica di quello che io chiamo ‘supporto defilato’ è stata sperimentata, soprattutto grazie all’impulso delle associazioni. Cosa resta? Resta, in tutta la sua centralità, la vita quotidiana dei cittadini e la necessità di migliori servizi tutto l’anno, non solo d’estate e durante le festività natalizie. Io sono fermamente convinto che il settore cultura sia parte di un più ampio ramo di servizi alla persona che un’amministrazione locale fornisce ad ogni cittadino. In questa logica, dovere dell’ente è quello impegnarsi nel sostenere in prima persona e attingendo dalle proprie risorse disponibili attività e servizi che per loro natura sono più lontane da logiche di mercato e profitto, ma che concretamente sono importantissimi nel rendere migliore la vita dell’intera comunità.
La vera difficoltà per far diventare realtà queste proposte è superare pratiche consolidate, che vanno in senso totalmente opposto rispetto a quanto provo a proporre. Tali e così stabili prassi sono considerate da molti in città, forse senza nemmeno malafede, tutt’ora opportune e legittime. Serve invece il coraggio di superarle, nel rispetto di esigenze diverse, ma in un contesto e con un metodo in cui episodi come quest’ultimo e tutto il vespaio che ha generato non possano più verificarsi.
*coordinatore dell’associazione Presidio del Libro Avellino
(giovedì 14 agosto 2014 alle 13:47)
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