«L'ACP non era una scatola vuota, si pensi al risanamento dell'ACS»
* *La questione degli “scontrini” per le consumazioni al bar pagate dall’Alto Calore hanno messo in ombra come nella storia di questa azienda nei giorni scorsi sia avvenuto un passaggio di grande significato, l’assorbimento per fusione della “Patrimonio”.
Occorre ringraziare Franco D’Ercole e qualche altro “ultimo giapponese” rintanato nella giungla di Facebook per avercelo segnalato.
A rintracciare le scarne righe che ne danno notizia (affogate come sono da annunzi di querele e rinvii alla Procura) pur se ne deriva un quadro che un qualche commento lo merita. De Stefano, che se ne fa vanto, sottolinea come l’incorporazione incrementi il patrimonio dell’Acs di un importo cospicuo, ben oltre i 100 milioni di euro. Oh dio! -mi sono detto-, ma allora questo patrimonio esisteva, la Acp non era quella scatola vuota come per anni si sono affannati a dichiarare i vari Ricci e Maselli, e Rossano e D’Ercole, con il coro di tanti giornalisti interessati che mai una carta si sono andati a leggere. E se il patrimonio c’è,ne deriva come le reti fossero in grandissima parte di sua proprietà, pur con la significativa eccezione di alcuni adduttori che erano stati costruiti direttamente dalla Casmez e trasferiti poi alla Regione e di quelle interne di proprietà dei Comuni. Insomma, come qualcuno disperatamente aveva cercato di far comprendere, solo con progetti fatti su tale patrimonio si sarebbe potuta rinnovare la rete, invece di perdere tempo nella pretesa di rimborsi dalla Regione per manutenzioni fatte o di progettazioni e di richieste di finanziamento che l’ACS non avere la titolarità ad avanzare. Che le cose stiano proprio così lo conferma l’attuale Presidente, allorquando vanta a suo merito che, oggi, a seguito della incorporazione, l’ACS non solo presenti una situazione finanziaria più forte ma che potrà legittimamente progettare ed avanzare richieste di finanziamenti. Se qualcuno lo ha notato, scompare, dagli atti di Corso Europa un qualsivoglia riferimento a passività di cui la Patrimonio era gravata e che era stata una vuota litania recitata anche recentemente, per il semplice fatto che esse non esistevano, non erano debiti verso fornitori, verso dipendenti, verso professionisti che avessero prestato la loro opera senza essere pagati, ma mere partite di giro nelle quali la Patrimonio iscriveva a bilancio un debito verso l’Acs per nuove reti da questa completate e contemporaneamente un incremento del suo patrimonio per lo stesso importo.
L’ACS, insomma, ha fatto oggi ciò che in forme diverse, governando l’ACP avevamo proposto essendo derisi e vilipesi, quasi volessimo mantenere disperatamente in piedi una rendita di posizione.
La verità, che oggi viene a galla con ogni evidenza è molto semplice:
a) La Patrimonio non l’ho voluta io. Qualcosa di più ne sa De Luca e chi con lui la costruì. Io sono subentrato dopo anni di inutilità, cercando – non riuscendovi di renderla utile. Comunque la scelta allora era apparsa obbligata per sottrarre le reti a possibili incursioni dei privati.
b) Le reti erano di proprietà dell’ACP e suo era il diritto-dovere di progettare e realizzare gli interventi su di esse. Chi ha fatto la divisione in maniera criminale ha privato l’ACP di tale possibilità non trasferendo alla stessa né gli uffici tecnici che a tanto potessero provvedere né le risorse per poterlo fare. L’ACP era titolata ad avanzare richieste di finanziamento sui progetti; l’ACS no. Aver rifiutato la convenzione che a suo tempo proponemmo a Madaro e che Madaro era pronto a firmare con la quale l’ACP si sarebbe servita, pagando sui finanziamenti, degli uffici tecnici dell’ACS per progettare, ha fatto perdere anni, facendo invecchiare gli impianti e sottraendo risorse all’Irpinia;
c) Ne consegue che, se l’ACS utilizzava non solo la sede, ma anche le reti di proprietà dell’Acp il canone convenuto non solo era equo, ma sottostimato. Altro che parassitismo...
d) Ai benefici della situazione attuale, quindi, si poteva pervenire ben prima e persino senza sciogliere l’ACP. Che questa dovesse essere sciola personalmente me ne ero convinto allorquando il risultato del referendum sull’acqua pubblica aveva eliminato il timore che unificando reti e servizio l’ingresso dei privati potesse far mettere loro le mani sulle reti. Il progetto di fusione che l’ACS oggi vara facendo strame delle sciocchezze della bella coppia Abate D’Ercole è esattamente quello da me proposto e fatto approvare da una delle ultime assemblee dell’Acp che ho presieduto.
Avere ragione, anche in via postuma, porta, assieme alla soddisfazione, l’amaro del tempo perso e del danno che il tempo scorso inutilmente ha portato con sé.
Alla soddisfazione manca una chicca: che De Stefano con onestà culturale riconoscesse che per anni si era sbagliato, che la nascita della Patrimonio non era stato un errore, per quella che era la legislazione ante referendum, che agli inconvenienti della divisione si sarebbe potuto ovviare attraverso l’accordo tra le due società e che questo era possibile nelle forme da noi proposte; che erano solo sciocchezze le pretese nei confronti della Regione per ristorni a cui l’Acs non aveva diritto e per la pretesa di poter progettare su reti non sue; che il patrimonio era vero e sostanzioso e legittima la convenzione con i relativi corrispettivi; che…
Non mi aspetto che lo faccia. L’altezza degli uomini si misura nella loro capacità di riconoscere errori e limiti e De Stefano proviene purtroppo dalla nobile schiatta della “razza curtese”. L’acqua è bene pubblico. Il limite delle polemiche di questi giorni è che si offusca la questione vera, di una azienda portata allo sfascio i cui costi li paga l’ambiente e l’utenza. Le responsabilità di ciò sono chiare ed evidenti, e non vi voglio tornare.
Il nodo, oggi, è far tornare la discussione sui provvedimenti che bisogna adottare per risanare e ricostruire. Le scelte sono difficili per una condizione nella quale abbiamo una azienda di “todoscaballeros”, con attrezzature vecchie e reti colabrodo a cui in troppi continuano a guardare con l’occhio cupido di chi pensa di portare a casa una assunzione, un incarico, una fornitura, un appalto.
E’ solo una banalità dire che occorre una fase di “lacrime e sangue” e non basta a voltare pagina avere, nei fatti, preso atto delle tante sciocchezze dette e fatte sulla Patrimonio.
Prima ancora che un piano industriale è necessario mettere mano a rovesciare il carattere di quella postazione: fino a quando essa sarà considerata uno sgabello di future carriere politiche nessuna vera terapia potrà essere messa in atto.
Sta nelle mani del PD, delle regole che si dà introdurre un qualcosa che escluda la possibilità di utilizzare la gestione di enti pubblici a fini di carriera politica personale.
Lo saprà fare? Ne dubito.
Lucio Fierro
Ex Presidente della ACP

(giovedì 7 agosto 2014 alle 12:24)
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