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Province, l'abolizione della democrazia e della partecipazione
* *di *Modestino Valente

Le province non vengono abolite. Contrariamente a quanto sbandierato da più parti non daremo l’addio alle province. Esse rimangono e saranno... non elette dal popolo, a votarne le cariche non saranno i cittadini, ma sindaci e consiglieri comunali, diventando di fatto organi elettivi di secondo livello, estranei e lontani dalla decisione e dal controllo diretto dei cittadini. Di fatto è la prima disposizione legislativa che abolisce il voto a suffragio universale per un Ente locale previsto dall'art. 114 della Costituzione Italiana.
Vi sono diverse osservazioni di incostituzionalità della legge sulle nuove elezioni; l’UPI, Unione Province d’Italia, ha evidenziato, confermato anche dalle audizioni dei giuristi in Parlamento, che la modalità di elezione appare in contrasto con le norme costituzionali vigenti e con le previsioni della Carta europea delle autonomie locali (… le collettività locali costituiscono uno dei principali fondamenti dei regimi democratici ed è diritto dei cittadini partecipare alla gestione degli affari pubblici).
Ma ormai siamo nel vortice di una onda lunga che sta smantellando tutti i livelli di partecipazione, decisione e controllo democratico che pervade la società e la politica italiana, con quali conseguenze si vedrà. La discussione che si è conclusa in questi giorni al Senato poteva approdare a disegnare un Senato delle regioni, oppure un Senato delle garanzie. Non è stata presa né l’una né l’altra strada. All’elezione diretta si è preferito la nomina di un ristretto ceto politico nazionale da parte del largo ceto politico regionale. Al senato quindi, come alla provincia. L’altro lato della medaglia per lo smantellamento della partecipazione civile è rappresentato dall’innalzamento da 50 a 250 mila firme per la presentazione di leggi d’iniziativa popolare e da 500 a 800 mila firme per i referendum abrogativi.
Si adotta la tesi che secondo la quale la democrazia si realizza soprattutto nella capacità di formare un governo, riducendo la rappresentanza elettiva a elemento di sfondo, senza poteri reali.
Intanto saremmo dovuti essere tutti contenti poiché con la nuova elezione della Provincia, ci è stato detto, si dà un taglio alla spesa. Ma non è così. L'unica differenza è che sarà soltanto un’elezione indiretta; è stata anche fissata la data, il 12 ottobre. Per eliminare veramente le Province serve una riforma costituzionale con la revisione del Titolo V della Costituzione.
L’elezione dei nuovi organi di governo delle Province avverrà in un unico collegio provinciale. Il voto è ponderato, cioè non varranno allo stesso modo, ma peseranno a seconda degli abitanti del Comune che si rappresenta, in modo che i Comuni maggiori abbiano una peso maggiore nella decisione.
E siccome le province rimangono in vita, non si riducono neanche le spese. Quello che si risparmia con certezza è solo il finanziamento degli organi istituzionali (le indennità del presidente, assessori e consiglieri)
Il finanziamento degli organi istituzionali è una partita di circa 105 milioni (dati UPI 2013). La cifra però non verrà azzerata del tutto, ci saranno nuovi costi dei nuovi organi delle città metropolitane.
Comunque 105 milioni, non è una cifra particolarmente significativa su una spesa pubblica complessiva di circa 805 miliardi di euro. Ad essere pignoli siamo allo 0,013 per cento della spesa pubblica.
Le province rappresentano 1,25 per cento della spesa pubblica del Paese, e per i compiti loro assegnati nel 2013 hanno speso 10,111 mld., dei quali 7,680 utilizzati per i servizi fondamentali (edilizia scolastica, trasporti, ambiente, etc.) e 2,325 mld. per il personale.
Gli organi delle nuove province sono: a) il presidente della provincia; b) il consiglio provinciale; c) l’assemblea dei sindaci.
Non c'è più la giunta, quindi l'organo collegiale principale è il consiglio. Il presidente presiede il consiglio e anche l'assemblea dei sindaci, propone le decisioni al consiglio.
L'assemblea dei sindaci può soltanto approvare o bocciare lo statuto, e può fare proposte, ma non ha nessun potere di approvare o bocciare le decisioni del consiglio, ma soltanto esprimere un parere di controllo e consultivo, con almeno i 2 terzi dei suoi membri e la metà della popolazione rappresentata. L'assemblea dei sindaci non può bocciare nemmeno il bilancio, ma può rallentarlo facendo mancare il suo parere. Come si vede sono poteri più o meno equivalenti a quelli dei diritti di controllo dei soci nelle società di persone previste dall’art. 2261 del Codice Civile.
Sono eleggibili alla carica di presidente i sindaci e i consiglieri provinciali uscenti, mentre sono eleggibili alla carica di consigliere provinciale i sindaci, i consiglieri comunali e i consiglieri provinciali uscenti. Il presidente dura in carica 4 anni, mentre il consiglio provinciale dura in carica 2 anni. Appare del tutto incongruente la diversa durata degli organi.
L’elezione del presidente della Provincia avviene sulla base della presentazione di candidature, sottoscritte da almeno il 15% degli aventi diritto. Mentre l’elezione del Consiglio avviene sulla base di liste concorrenti sottoscritte da almeno il 5% degli aventi diritto. I candidati per la provincia di Avellino sono minimo 6 e massimo 12, Per i primi cinque anni non si applica la disposizione dell’equilibrio della rappresentanza di genere. L’elettore potrà esprimere una sola preferenza e l’attribuzione dei seggi a ciascuna delle liste in competizione avviene in maniera proporzionale al numero dei voti complessivamente ottenuti secondo il metodo D’Hondt.
Non c’è nessuna relazione tra l’elezione del presidente della provincia ed il consiglio, non esiste il cosiddetto collegamento. Questo può determinare che il presidente eletto possa essere di uno schieramento politico, mentre la maggioranza dei consiglieri eletti può appartenere allo schieramento avverso, o ad uno indistinto senza identità politica precisa.

esponente provinciale di Sel
(mercoledì 6 agosto 2014 alle 19:45)
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