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La "storia finita" del Piano di Zona A4, di Valerio Pisaniello
* *di Valerio Pisaniello

Quando si parla di Piano di zona si sa dove si inizia ma non dove si finisce. Infatti, quella attuale del Pdz A04 è una situazione alquanto precaria dove tutto tace inspiegabilmente. L’ultimo ed ennesimo termine è scaduto, in particolare quello del 30 giugno scorso dove il secondo commissariamento targato Raffaele Scognamiglio ha calato il sipario su uno scenario tutto incerto e per nulla definito. Se volessimo ripercorrere tutta la storia dell’ambito territoriale dovremmo rispolverare diatribe politiche oltre che un vero e proprio “ping-pong” giuridico fatto da decreti regionali, delibere e ricorsi. Ma proviamo ad andare con ordine. A grosse linee:
Agli albori c’era la legge quadro n. 328 del 2000 sull’assistenza che regola, di fatto, il sistema integrato di interventi e dei servizi socialirecepita, in seguito, dalla legge regionale n. 11. Nasce così il Consorzio A4, ente addetto alla gestione integrata dei servizi sociali con gli enti locali.
Di seguito, un anno significativo è il 2012 per il decreto regionale n. 320 che accorpa il Piano A4 (comprendente i comuni della Valle Caudina) con quello A8 (che raggruppa invece i comuni della Valle del Sabato) con l’ingresso all’interno dell’ambito della città di Avellino quale comune capofila. Nasce il Piano di Zona A04 composto da 15 comuni per un bacino di 100 mila abitanti. Da qui si può dire che iniziano i guai.
In questi due anni si sono avuti due commissariamenti. Il primo ha come protagonista Armando Masucci che si preoccupa di stilare lo schema di convenzione che dovrebbe affidare al Piano una nuova centralità per la gestione integrata dei servizi. Quasi risolto il problema se non fosse per le quote di gestione affidate ai singoli comuni. Al comune di Avellino viene attribuito ben il 51% «in qualità di comune capofila» - almeno questa dovrebbe essere la giustificazione - e che di fatto gli attribuisce la maggioranza assoluta del Cda. Questo vuol dire che la città capoluogo può agire in maniera totalmente autonoma avendo i numeri per qualsiasi tipo di azione. Un modello alquanto bizzarro di rappresentanza territoriale ma ancor di più un modo tutto particolare di intendere la democrazia. Ma tale convenzione è stata motivo di forti scintille tanto da nominare un nuovo commissario: si da il via alla gestione di Raffaele Scognamiglio, uomo vicino all’ex assessore regionale alle Politiche sociali Ermanno Russo. L’era Scognamiglio aveva come fine quello di rivedere lo schema di convenzione per abbozzarne una nuova in modo da far ripartire il Piano entro il 30 giugno scorso. Ma nulla di fatto, decorso il termine e tutto tace.
Altro lato da prender in considerazione sono gli equilibri politici. Il Cda del Piano sociale è composto da 15 sindaci in rappresentanza per ogni comune, va da sé che ognuno di loro è espressione di una parte politica e quindi con un’idea diversa di intendere le politiche sociali. Oggi la geografia del piano vede 7 sindaci a targa Pd contro i restanti 9 misti, con la differenza che tra i 7 democratici è compreso il comune di Avellino (con il 51% del potere decisionale è bene ricordarlo). Oltre alla paradossale maggioranza che vede una minoranza di 7 esponenti prevalere su 9, restano molte questioni irrisolte tra cui due in particolare passate in secondo piano: garantire i servizi essenziali agli utenti oltre alle tutele degli operatori sociali che per un decennio hanno lavorato nell’Ufficio di Piano.
Per quanto riguarda il primo punto è prevista dalla legge l’obbligatorietà dei comuni di garantire i livelli essenziali di assistenza sociale - meglio noti come Liveas - ai cittadini, qualora ci sia l’impossibilità dall’ente preposto do erogarli (in questo caso il Pdz). Tale azione va svolta secondo il principio di sussidiarietà che la nostra Costituzione prevede all’articolo 118 del Titolo V oltre che espresso anche nella legge quadro 328/00. Ad oggi solo il comune di Avellino si preoccupa di erogarli, i restanti 14 comuni non adempiono a tale funzione.
Sul secondo punto,invece, lo scenario vede al centro operatori sociali che hanno investito dieci anni della loro vita in una professione che non va intesa solo in un’ottica strumentale ma che va letta anche da un punto di vista vocazionale, prerogativa assolutamente necessaria nel campo delle politiche sociali. Operatori, tra l’altro, che di punto in bianco si ritrovano senza tutele e senza un minimo di sussidio di salvaguardia visto e considerato che parliamo di lavoratori inquadrati come Co.co.co. e Co.co.pro. C’è da dire che una proposta gli era stata fatta, quella di partecipare di nuovo agli eventuali concorsi che sarebbero stati banditi in futuro. Quindi, non solo la frustrazione di restare a casa ma anche la beffa di mettersi al pari di concorrenti esterni azzerando radicalmente tutte le competenze acquisite in anni di servizio nel settore. Ma, comunque sia, di tali prospettive neanche l’ombra.
Tutto dorme in un silenzioso impasse, ma le esigenze e i bisogni non si fanno aspettare. Anzi tutt’altro. Corrono e soprattutto si moltiplicano in uno scenario di recessione economica che vede oltre tre milioni di indigenti nelle regioni del Mezzogiorno (ultime fonti Istat) in un Paese che, a differenza degli altri partner europei, è sempre stato molto debole in tema di politiche sociali. Da dove partire?
Intanto che i comuni si ricordino dei Liveas riorganizzando i propri bilanci in diverso modo e che si diano risposte ai lavoratori del Piano di zona da troppo tempo relegati nell’anonimato.
(mercoledì 16 luglio 2014 alle 16:33)
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