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Salvare la Clinica Malzoni dalle "trame oscure", un dovere irpino
* *Una doccia fredda, ma che non meraviglia. Si sapeva che prima o poi sarebbe accaduto, nonostante la proprietà abbia più volte tentato delle disperate corse contro il tempo per adeguare la struttura a quelli che sono i canoni previsti dalla legge ed ottenere il tanto sperato accreditamento. Ma senza successo.
Ora, però, una soluzione va trovata, nell’interesse della Clinica Malzoni e della città perché Avellino non può perdere il suo polo d’eccellenza. La casa di cura di Viale Italia fa parte della storia di questa città, la «creatura del professor Malzoni» è un bene che appartiene non solo agli avellinesi ma a tutta l’Irpinia e serve un’azione corale che coinvolga la proprietà, i sindacati, gli amministratori locali, la prefettura e, perché no, i cittadini, affinchè dalla sospensione concessa da Foti se ne possa uscire vittoriosi. E’ una corsa contro il tempo per garantire la sopravvivenza a una struttura rinomata in tutta Italia, un fiore all’occhiello di un’Irpinia che va sempre di più perdendo quanto di buono aveva costruito negli anni. Ma non è solo una questione di amore per la propria storia, in ballo c’è anche e soprattutto il lavoro, quello delle 360 unità impiegate nella clinica oltre le 200 di indotto, per un totale di 560 lavoratori che vedono sempre di più in bilico il proprio futuro. Ecco che, la vicenda della Clinica Malzoni, rischia di diventare una pericolosa vertenza Avellino. Un dramma economico e sociale che rischia di abbattersi sulla città con tutto ciò che ne consegue. E il pericolo per il resto della provincia è ancora più grave se si pensa alla crisi che vive la sanità irpina con i continui tagli che non fanno altro che mettere in pericolo la salute dei cittadini. Privare l’Irpinia di un polo come la Clinica diventerebbe un vero e proprio omicidio, senza contare che, come giustamente sottolineato dal sindaco Foti, ieri in consiglio comunale, «la chiusura della casa di cura, metterebbe a rischio la sopravvivenza dell’intero gruppo Malzoni», quindi anche della Diagnostica Medica, altro polo d’eccellenza.
Il vero dramma, e la vera offesa all’Irpinia e ai lavoratori della clinica, in tutta questa vicenda è ben condensata in quell’espressione usata ieri in aula, dal consigliere Arturo Iannaccone che ha definito il tutto come «situazione kafkiana». Mai concetto fu più appropriato, perché la Clinica non rischia la chiusura per motivi sacrosanti come carenze igieniche o, peggio, malasanità. La clinica rischia la chiusura per questioni meramente urbanistiche, legate a una struttura nata nel 1956 e che quindi avrebbe come unica sua colpa quella di avere una storia di 60 anni, fatta di riconoscimenti, attestati di stima e fiducia da parte dell’utenza di tutto il Meridione che in questi 6 decenni hanno scelta la «creatura del professor Malzoni» per affidarle le loro cure. Tutto ciò, però, non sembra aver valore di fronte a una burocrazia che preferirebbe cancellare un polo d’eccellenza della sanità. Ma a preoccupare ancor di più è il modo in cui si è giunti a questo momento drammatico per l’Irpinia. Sempre ieri, in aula, sono risuonate forte le parole/denuncia della capogruppo Pd, Ida Grella, a cominciare da quel «Negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un’accelerazione fortemente sospetta da parte dell'Asl» fino a «La Procura non mancherà di rilevare perché si accelera oggi e da dove viene questa spinta». Il quadro, insomma, comincia a delinearsi, come sottolineava anche Nicola Battista, direttore sanitario della Malzoni: «Qualcuno ha interesse che la Clinica chiuda e non sono, ovviamente, i pazienti che ogni giorni vengono da noi». C’è una spinta, forte, verso la chiusura della casa di cura, una pressione che deve preoccupare tutti gli avellinesi perché, oltre a giocare con i posti di lavoro, si sta giocando con la salute delle persone.
«C'è qualcuno che dall'esterno spinge affinché chiuda una struttura d'eccellenza. Se ci sono trame oscure il sindaco ha il dovere di smascherarle» ha tuonato Iannaccone in aula. Trame oscure, sulla pelle di lavoratori (560) e cittadini. E allora diventa doveroso compiere ogni sforzo per smascherare e vanificare questo disegno perverso.
Gli irpini non posso assistere alla morte di quella struttura in cui tutti, se non quasi tutti, sono nati, sarebbe una metafora troppo sadica per il futuro della nostra terra.

Marco Imbimbo
(martedì 25 febbraio 2014 alle 11:48)
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