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Ex Isochimica, quanti ammiragli ancora dovranno dire la verità?
** In medio stat virtus dicevano i filosofi scolastici medievali per invitare a ricercare sempre una forma di equilibrio tra due estremi. Ma forse gli antichi pensatori non sarebbero stati così convinti se avessero conosciuto anche solo in minima parte la storiaccia Isochimica. La più brutta pagina della storia di casa nostra, quella che prolunga l’eterno post sisma in cui tutto fu permesso ai signorotti che insediavano qui le loro fabbriche mangia soldi senza prospettive, insegna che la verità non sta nel mezzo. In questo caso la verità sta da una sola e unica parte: quella dei lavoratori. Di “non ricordo” la storia di illustri personaggi politici che l’Irpinia ha generosamente donato al Paese è piena. Ma di fronte a dieci mogli che piangono altrettanti mariti morti di lavoro, di fronte a 150 ex operai identificati ormai come morti che camminano, di fronte a decine e decine di mamme che ogni giorno accompagnano i loro figlioletti a scuola a due passi dal mostro ecologico, la verità è un dovere.
Tutti sapevano, ma nessuno fece nulla. Graziano era amico dei potenti. In quella fabbrica gli operai entrarono grazie alle raccomandazioni. Le istituzioni chiusero gli occhi perché c’era fame di lavoro nella terra dei terremotati. Questa non è leggenda, questa è verità trentennale che gridano con forza alcuni, pochi in alcune fasi oggi forse di più, cittadini italiani che hanno fatto la più grande bonifica dall’amianto mai effettuata in Italia per nome e per conto dello Stato. Si, perché gli ex operai Isochimica hanno salvato altre vite umane, quelle di milioni di passeggeri. Il loro forse inconsapevole sacrificio, oggi grida e merita giustizia, quella che solo un giusto processo che accerti responsabilità passate e presenti, potrà restituirgli. Quello stesso processo che meritavano già negli anni ’80 quando a denunciare l’ingegnere laureato alla Sorbona, il Re del detersivo, il padrone dell’Avellino che sfidava la Juventus e il Milan, che organizzava pullman pieni di gente per le trasferte della squadra, era un atto eroico. Quel processo che oggi torna come fosse ieri alla ribalta delle cronache. Parlano i rappresentanti della giustizia di quegli anni. Raccontano però verità diverse. L’allora Procuratore Antonio Gagliardi sostiene di “non ricordare”, di “non essersi mai occupato dell’Isochimica perché non era di sua competenza”, insomma di non aver conosciuto all’epoca neanche bene la vicenda. C’è poi l’altra voce, quella dell’allora giudice istruttore Modestino Roca, l’unico ad aver aperto un’inchiesta sulla fabbrica killer, “la prima inchiesta fu archiviata dalla Procura”, per riaprirla “la stessa Procura non mi diede parere favorevole, ma io andai avanti lo stesso con un’istruttoria”. Poi ancora intervenne il nuovo codice penale che aboliva la figura del giudice istruttore. Ma una certezza Roca la dà “quel reato era di competenza di entrambi i tribunali”.
Ecco perché non è più applicabile la teoria dei filosofi scolastici medievali. Di vero c’è solo una cosa: la giustizia decise di non andare fino in fondo. Ma la verità, e gli ex operai dell’Isochimica lo dimostrano da anni, si può ricostruire, si può recuperare, si può ristabilire. Ed oggi tocca ad un’altra giustizia mettere la parola fine alla storiaccia Isochimica. Anche qui ci sarà un ammiraglio, o forse più, che dovrà dire la verità, perché sono trenta anni che aspettiamo. Trenta anni. E questo muro di gomma va abbattuto una volta e per tutte.
Rossella Fierro
(sabato 1 febbraio 2014 alle 21:10)
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