Avellino e i sogni di celluloide. Storia di roghi e di abbandono
* *Un incendio. 22 anni di abbandono. Due sequestri. Qualche maldestro tentativo di messa in sicurezza. Qualche crollo. Tanta immondizia. Due leoni che non ruggiscono più ai piedi della Collina della Terra. Un tetto di stelle. Un corpo dilaniato e non dal terremoto del 1980. Un’area abitata da piccioni la mattina e da homeless la sera. Un simbolo nascosto agli occhi della città da fitte reti e arrugginite impalcature. Ah, dimenticavo, una pletora di dirigenti, funzionari e impiegati comunali e amministratori che negli anni non hanno fatto altro che nicchiare sullo stato di salute di uno dei monumenti cittadini di maggior prestigio e di maggior valore per la comunità. Questo è, brutalmente, il palazzo della Dogana dei Grani. Roccaforte del potere economico e mercantile dell’Avellino dei Caracciolo. Un palazzo che ha visto sbriciolarsi nel corso degli anni la quinta della memoria storica di una città presentandosi alle ultime generazioni, quelle dei nostri nonni e dei nostri padri, ma anche dei quarantenni avellinesi, nelle sembianze oniriche di un cinema: l’Umberto. Una certa similitudine pure la si trova. Da bastione dello scambio e del commercio che attraversava la città a trampolino dei sogni in celluloide della meglio gioventù irpina del tempo che entrava dalla Belle Epoque proprio dalla luce pulviscolare di un proiettore sospeso sopra a decine di teste incappellate cullate dalla magia del grande schermo. Dalla coppia di leoni a guardia dell'ingresso al leone del cinematografo. Neanche il Terremoto era riuscito a rompere l’incantesimo che preservava la facciata abbellita dall’arte barocca dello scultore Cosimo Fanzago e da una miriade di statue. Il XX secolo ne decretò la fine dal punto di vista mercatale, ma seppe immaginare un futuro diverso per quello che si presentava come un «grande edifizio di rozzo e bruno aspetto, ma ornato di marmi e statue imperiali, fra cui quelle di Nerone, Caligola, Commodo e un Apollo che suona la lira». Arrivò il cinema, che fece sognare intere generazioni di avellinesi fino al 1992. Era l’anno di Parenti Serpenti di Monicelli, dei colossal americani come L’Ultimo dei Mohicani di Mann, Dracula di Coppola, Gli Spietati di Eastwood, ma anche i blockbuster come Basic Instinct e Mamma ho perso l’aereo. Il 1992 era anche l’anno di “Fuoco cammina con me” di David Lynch.
Non ricordo se fu mai proiettato nella sala del Cinema Umberto, ma quasi come una premonizione, il 17 dicembre di quell’anno un terribile incendio trasformò i sogni in incubi di fumo e fuligine e la Dogana in un rudere a cielo aperto, un perimetro in cui, ancora oggi, sono imprigionati i sogni di rinascita del centro storico e della città stessa.
Alzandosi in volo sulla città insieme alla densa coltre di fumo di quell’incendio si scopre che Avellino è legata da un cordone sottile ma evidentissimo, fatto di roghi e di abbandoni che da piazza Amendola salgono verso ovest fino a corso Europa e via Roma. Dall’Umberto all’Eliseo, la città si scopre fuori dalla porta dei sogni, in attesa che un proiettore torni a girare, un sipario torni ad aprirsi su una platea e che le sue poltroncine possano essere nuovamente reclinate per un nuovo spettacolo fatto di immaginazione e programmazione, nuovi orizzonti e contenuti che possano rilanciare la vita sociale e culturale al servizio della città.

Gerardo De Fabrizio
(venerdì 31 gennaio 2014 alle 08:21)
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