Quel dolore dignitoso, la lezione delle famiglie Maiello e Argenio
* * Ci sono perdite che inevitabilmente nel periodo del Natale scavano mente e cuore più degli altri giorni. E’ quel periodo in cui tutte le gioie passate, i ricordi, le abitudini ritornano prepotentemente alla luce, giorno e notte. Per chi ha perso un marito, un figlio, un padre, sono i giorni peggiori. Il Natale, al netto di shopping e buonismo scontato, è la festa della famiglia per antonomasia, chi attorno ad una tavola ricca chi intorno ad una cena ‘leggera’, ci si riunisce tutti perché l’importante è ritrovarsi nei sorrisi di chi si ama e lasciare fuori dalla porta problemi e nevrosi della quotidianità. Sono tante le famiglie irpine per le quali questo non è stato un bel Natale, tra tutte due in particolare hanno dato una lezione di dignità senza precedenti a tutta la comunità. Parliamo della famiglia Maiello e della famiglia Argenio.
Per loro il dramma nel dramma, hanno perso rispettivamente Luigi e Franco morti di lavoro, nella solitudine più totale di una comunità troppo distratta, troppo presa dall’individualismo che non ti fa vedere, non ti fa sentire, forse non ti fa neanche capire. Luigi Maiello ha lasciato la moglie e le sue due bellissime figlie nel giorno di San Valentino dopo aver lottato per anni una battaglia impari contro quel mesotelioma pleurico che lo ha costretto a vivere attaccato ad una bombola d’ossigeno, su un divano al piano ammezzato della sua casa di Ospedaletto. Luigi non poteva più raggiungere la sua stanza da letto, quelle scale per salire al primo piano, per un ex operaio Isochimica costretto a respirare crocidolite senza alcuna protezione, erano diventate un ostacolo insormontabile. Al suo fianco fino all’ultimo l’amata moglie Antonietta. Una signora minuta, un viso piccolo ma segnato da un dolore immenso. La dignità con cui Antonietta ha affrontato la sua perdita non può essere descritta con le parole. Sin dalle ore immediatamente successive alla scomparsa Antonietta, pur non riuscendo a trattenere le umane lacrime, ha chiesto una sola cosa: giustizia, per Luigi e per tutti gli altri 333 ex scoibentatori della fabbrica dei veleni, per gli altri otto colleghi che la battaglia per la vita l’avevano già persa. Ed ha continuato a chiedere giustizia anche dopo, quando le vittime dell’Isochimica sono diventate dieci e i malati oltre cento. Antonietta ha tramutato il dolore individuale in quell’impegno sociale, al fianco degli ex operai Isochimica, che rompe il muro del silenzio, dell’indifferenza e dell’immobilismo che da tre decenni caratterizza l’epopea della fabbrica di amianto.
Così come, con il suo gesto estremo, il silenzio lo ha rotto nel modo più tragico e dirompente Franco Argenio. Lui Operaio Forestale da oltre 17 mesi senza stipendio come tutti i suoi colleghi, non ce l’ha fatta più e il 14 novembre scorso ha deciso di farla finita. A 53 anni Franco non ha retto all’idea dell’ennesimo Natale a denti stretti e si è lanciato in un pozzo a poche centinaia di metri dalla sua abitazione di Contrada Cellara ad Aiello del Sabato. E’ morto di lavoro Franco Argenio, lasciando la moglie e due figli, proprio loro che già una volta lo avevano salvato in tempo dall’estremo gesto. La famiglia Argenio aveva chiesto a tutti, compresi i colleghi di Franco, un ultimo saluto rispettoso per l’operaio forestale, senza proteste né polemiche. Non serbiamo rancore per nessuno, speriamo soltanto che la morte di Franco serva ad aiutare gli altri, avevano detto la moglie Sebastiana, i figli Michele e Vincenzo, il fratello Gerardo. Poi le promesse di un impegno a risolvere un’altra vertenza che assume sempre più i contorni dell’infinità, le nuove proteste, gli accordi non mantenuti. E quella famiglia che con la stessa dignità con cui ha pianto il suo Franco oggi fa sapere di non aver ricevuto nulla per una serie di problemi burocratici.
Luigi e Franco sono morti di lavoro in una comunità che ha perso ogni senso di socialità e di solidarietà, lascia i più deboli da soli a combattere contro i mulini al vento, pronta anche a piangerli e ad indignarsi con le loro famiglie ma solo per poche ore, poi tutto scorre, tutto si accantona. Perché prestare il fianco alla signora Antonietta piuttosto che alla signora Sebastiana, alle loro dignitose richieste di giustizia sociale e non individuale, richiederebbe un coraggio di cui una comunità liquida quale è diventata l’Irpinia, non è più capace.

Rossella Fierro
(sabato 28 dicembre 2013 alle 17:51)
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